Filosofia e storia

 

del Selfie Museum

Selfie Museum nasce a Los Angeles nel 2014 ad opera del fotografo e art director Adrien Berlin. Nei suoi studios fotografici di Los Angeles, Adrien Berlin organizza una serie di eventi e feste private con postazioni scenografiche realizzate da collaboratori, artisti, scenografi, registi, spesso riutilizzando scenografie ed elementi scenici di recupero da set fotografici e scene di film. Il successo dell’iniziativa lo porta a creare un network di artisti internazionali, che oggi sono oltre 400, per realizzare pop-up selfie museums in tutto il mondo durante eventi di moda, design, cinema, musica.

Nel 2021, dopo lo stop pandemico, Adrien Berlin si trasferisce in Europa e inizia a riproporre il format  in alcune città, ripetendo il successo mediatico e di pubblico degli esordi. Grazie alla collaborazione con alcuni amici artisti di base a Firenze, fra cui Stefano Fake & The Fake Factory, Il 7 ottobre 2021 apre il primo Selfie Museum nella capitale toscana.  Adrien Berlin prevede per il 2022/2023 l’apertura in altre 14 città italiane ed europee.

 

 

Adrien Berlin spiega così la nascita di SelfieMuseum.Art

“Dopo la comparsa dell’iPhone nel 2008 e per tutti gli anni seguenti, ci siamo resi conto di una situazione mai esistita prima nella storia dell’umanità: le persone hanno in mano costantemente una macchina fotografica, lo smartphone, e possono condividere in tempo reale le foto che realizzano.

Quindi, come artisti e creativi, abbiamo  iniziato a pensare che questa fosse una grande occasione per “cercare una relazione” con il visitatore creando scenografie in cui le persone potessero letteralmente entrare in scena e creare immagini di se stessi all’interno delle opere scenografiche.

Con alcuni amici artisti, alcuni molto famosi anche nel circuito delle gallerie d’arte tradizionali, ci siamo divertiti a realizzare e sperimentare installazioni immersive.

Dapprima per gli eventi che si tenevano negli studios fotografici di LA e poi sempre di più in contesti tipo festival, manifestazioni di moda o design, esposizioni temporanee. Il grande successo di queste iniziative ci ha portato a pensare che si potessero realizzare dei veri e propri musei di arte immersiva e relazionale, il cui risultato doveva essere la creazione e la condivisione di foto da parte del pubblico attivo. Anche il selfie museum di Firenze è frutto di questo processo. Durante la pandemia siamo stati costantemente in contatto con oltre  400 artisti, alcuni anche molto noti nel circuito dell’arte internazionale, che si sono prestati gratuitamente con idee per opere immersive che re-interpretano e rimettono in scena l’arte del passato e del presente: installazioni luminose, optical art, minimalismo, street art, mixed-media art, videoinstallazioni digitali immersive.  Gli artisti hanno lavorato un anno per creare oltre 70 installazioni, che si sviluppano in un labirinto di oltre 1000 mq negli spazi di Via Ricasoli 44, gestiti dalla neonata Florence Art Lab.” 

 

Per capire la filosofia di un progetto come SelfieMuseum.Art è utile ricordare le teorie del critico d’arte Nicolas Bourriaud che alla fine degli anni ’90 inventa il termine ESTETICA RELAZIONALE, e che nel 2004 pubblica il saggio rivoluzionario “POST-PRODUCTION come l’arte riprogramma il mondo”. 

Scrive Bourriaud: “ Dagli inizi degli anni Ottanta, le opere d’arte sono create sulla base di opere già esistenti; sempre più artisti interpretano, riproducono, espongono nuovamente e utilizzano opere realizzate da altri oppure altri prodotti culturali. L’arte della post-produzione sembra rispondere al caos proliferante della cultura globale nell’età dell’informazione, che è caratterizzata dall’incremento di forme ignorate e disprezzate fino ad ora e dalla loro annessione al mondo dell’arte. Inserendo nella propria opera quella di altri, gli artisti contribuiscono allo sradicamento della tradizionale distinzione tra produzione e consumo, creazione e copia, ready made e opera originale. Il materiale originario non è più primario. Non si tratta più di elaborare una forma sulla base del materiale grezzo, ma di lavorare con oggetti che sono già in circolazione sul mercato culturale, vale a dire, oggetti già in-formati da altri oggetti. I concetti di originalità (essere all’origine di) e di creazione (creare qualcosa dal nulla) svaniscono lentamente nel nuovo panorama culturale.

Oggi gli artisti cercano di inserirsi negli innumerevoli flussi di produzione. Essi si chiedono come fanno a produrre singolarità partendo dalla massa caotica di oggetti che affolla il quotidiano. Si servono delle forme esistenti e considerano la società come repertorio di forme. L’opera d’arte contemporanea non è più il punto terminale del “processo creativo” (non è un “prodotto finito” da contemplare), ma un sito di navigazione, un portale, un generatore di attività. Si manipola a cominciare dalla produzione, navighiamo in un network di segni, inseriamo le nostre forme su linee esistenti. L’opera d’arte contemporanea non è un punto di arrivo, ma un punto di navigazione, il momento di un processo in divenire. Nasce per essere manipolata in futuro. 

Le varie configurazioni di un uso artistico del mondo vengono unite dalla rottura delle barriere tra produzione e consumo. Con questa nuova forma di cultura, che si potrebbe definire cultura d’uso o dell’attività, l’opera d’arte funziona come terminazione temporanea di una rete di elementi interconnessi, come narrativa che si estende fino a reinterpretare le narrative che l’hanno preceduta. (…) 

Ogni mostra racchiude la storia di un’altra mostra; ogni opera può servire scenari multipli ed essere inserita in programmi diversi. Non è più un punto terminale, dunque, ma un momento in una catena infinita di contributi. Sia l’estetica relazionale che la pratica della post-produzione partono da uno spazio mentale rinnovato, aperto al pensiero grazie a internet, lo strumento centrale dell’età dell’informazione nella quale siamo appena entrati.  La cultura di oggi si può definire cultura d’uso e di attività in cui ogni opera è una terminazione temporanea di un processo di produzione e di una rete di elementi interconnessi. Con il nuovo millennio nasce l’arte di reinterpretare l’arte, che si sviluppa su più livelli, con diverse forme e modi di fruizione. L’arte si fa con tutto e il significato di un’opera contemporanea proviene anche dall’uso che se ne fa, e non solo da quello suggerito dall’artista. (…)  

Tutte queste pratiche artistiche, per quanto eterogenee, condividono il fatto di ricorrere a forme già prodotte dimostrando cosi la volontà di inscrivere l’opera d’arte all’interno di una rete di segni e significati, invece che considerarla forma autonoma o originale. Non si tratta più di fare tabula rasa, di creare da zero, ma di trovare il modo di inserirsi negli innumerevoli flussi di produzione. La questione passa da “che fare di nuovo?” a “cosa fare con quello che ci troviamo?” Oggi gli artisti programmano le forme più che comporle. Invece di trasfigurare un elemento crudo (la tela bianca, l’argilla…) ricombinano forme già disponibili utilizzandone le informazioni.  Crescendo in un universo di prodotti in vendita, di forme pre-esistenti, di segnali già emessi, di edifici già costruiti, d’itinerari già battuti dai predecessori, gli artisti non considerano più il campo artistico come un museo che contiene opere da citare o “sor-passare”. 

Come richiedeva l’ideologia modernista del nuovo, ma come tanti magazzini riempiti di utensili da usare, stoccaggi di informazioni da manipolare per essere poi rimessi in scena. Il prefisso “post” non segnala alcuna negazione e superamento, ma una zona di attività: non consiste nella produzione d’immagini, il che li connoterebbe come manieristi, ma nell’inventarsi protocolli di rappresentazione per tutti i modelli e le strutture formali esistenti. Bisogna apprendere tutti i codici culturali, tutte le forme e le opere del patrimonio universale, e cercarle di farle funzionare in quanto imparare a servirsi delle forme, cosi come ci invitano a fare gli artisti, significa innanzitutto sapere come abitarle e farle proprie. Gli artisti abitano attivamente forme culturali e sociali. L’opera contemporanea non è più il punto terminale del processo creativo, che non vuol dire che è un prodotto finito da completare, ma un sito di navigazione, un generatore di attività.   Le varie configurazioni di un uso artistico del mondo vengono unite dalla rottura delle barriere tra produzione e consumo. Questa cultura dell’uso però implica una profonda mutazione dello statuto di opera d’arte: non è più una forma di cultura passiva, ma diventa generatrice di comportamenti e riutilizzi potenziali. (…)  

Non è forse l’arte, secondo le parole di Marchel Duchamp, “un gioco tra uomini di tutte le epoche”?  La post-produzione è la forma contemporanea di questo gioco. 

L’appropriazione è il primo stadio della post-produzioni: non si tratta più di fabbricare un oggetto, ma di selezionarne uno tra quelli esistenti, di utilizzarlo e modificarlo secondo un’intenzione specifica. Se le radici del processo di appropriazione si trovano nella storia, la sua narrativa comincia con il readymade, che ne rappresenta la prima manifestazione concettualizzata e pensata in relazione alla storia dell’arte.Quando Marcel Duchamp espone come opera della mente un oggetto fabbricato, egli devia la problematica del processo creativo spostando l’accento sullo sguardo dell’artista su determinati oggetti, piuttosto che su una qualunque abilità manuale. Egli afferma che l’atto dello scegliere sia già abbastanza perché si stabilisca un’operazione artistica, così come avviene con l’atto del fabbricare, del dipingere o dello scolpire: associare un’idea a un oggetto significa già produrre. Duchamp completa così la definizione del termine creazione: creare significa includere l’oggetto in un contesto nuovo, considerarlo al pari del personaggio di una sceneggiatura.

(tratto da “Postproduction – Come l’arte riprogramma il mondo” di Nicolas Bourriaud – 2004)

 

Selfie oggi significa esprimere se stessi attraverso un’immagine condivisa sui social media.

Non più semplicemente un autoscatto, magari allo specchio, ma un’immagine personale, un ritratto fotografico, creato assieme agli amici e ai familiari. Un momento di gioia, felicità, introspezione ed espressione personale condiviso socialmente. 

SelfieMuseum.Art non è solo uno spazio espositivo, ma soprattutto un laboratorio creativo, scrigno di molteplici forme d’arte e bellezza tutte da scoprire.  Un’overdose di entusiasmo nei confronti della creatività umana e della sorprendente bellezza della natura.  E’ uno spazio realizzato da artisti per creare una relazione con il visitatore. Gli artisti che hanno collaborato al progetto inventano ad ogni allestimento collegamenti inediti fra l’attività artistica e l’insieme delle attività dell’uomo, costruendo uno spazio narrativo che cattura finalità e strutture del quotidiano in una forma scenario che diventa un luogo/non-luogo dove si incontrano culture, linguaggi, tematiche, connessioni creative. Questa relazione artista-visitatore si manifesta proprio attraverso gli scatti fotografici che i visitatori creano e diffondono sui social media. Non si tratta solamente di immagini da pubblicare, ma di emozioni da condividere.

Un progetto come SelfieMuseum.Art non è quindi quello che superficialmente si potrebbe definire come uno spazio con “stanze colorate e divertenti per farsi delle foto”, ma è un naturale sviluppo dell’arte nella direzione di un maggior coinvolgimento del visitatore nell’esperienza museale.  L’esempio più appropriato per capire il selfie museum sono gli spazi espositivi di Meow Wolf negli Stati Uniti (https://meowwolf.com/) oppure il Gucci Garden di Firenze, che di fatto è un “made for social media museum”. Sempre di Gucci non va dimenticato che la mostra di Shanghai curata da Maurizio Cattelan “The artist is present” del 2018 era costituita da una serie di installazioni per farsi foto e condividerle socialmente. (https://www.gucci.com/it/it/st/stories/people-events/article/2018-the-artist-is-present)

 

SelfieMuseum.Art è anche e forse soprattutto uno spazio per educare il visitatore a conoscere e riconoscere le nuove forme d’arte contemporanee. Se partiamo dall’etimologia stessa della parola, 

Educare significa “tirare-fuori”, cioè presuppone un’attività da parte del visitatore che interagisce con le opere scenografiche cercando di comprenderne i significati e di utilizzarle come spazio di creazione di contenuti.